Gestire i momenti, i tempi sulle parole, guardarsi, comunicare. Questo è stato il lavoro che hanno svolto per tre anni i ragazzi del Laboratorio di drammaturgia scenica gestito da Civilleri/Lo Sicco con l’obiettivo di creare un collettivo sull’asse Palermo-Lari. La riscrittura dell’Aiace di Sofocle si inserisce nell’ampio progetto Connessioni.

Come nasce il progetto e come sta procedendo? L’idea di creare un collettivo che unisce i ragazzi di Palermo con i ragazzi di Lari è riuscito come vi eravate immaginati?
Manuela: -Tutto questo nasce da un’esigenza mia e di Sabino sempre propensa verso il nuovo e il rischio; avevamo l’esigenza di prendere dal “nuovo”, dalla generazione futura, delle spinte che sentivamo non esserci più nel teatro. Lo consideriamo un collettivo proprio perché gli stessi ragazzi nel dialogo con noi hanno apportato delle esigenze e delle novità artistiche. Per la prima volta noi non ci siamo rapportati a dei ragazzi che volevano fare gli attori, insieme a loro siamo entrati in meccanismi diversi. Nei lavori che spesso ho vissuto con Sabino, in generale, rispetto al teatro, si costruisce la figura del regista come il solo e unico responsabile della creazione ed è comunque quello che deve dare lo stile, la direzione. Noi, non dico che non l’abbiamo fatto, ma per la prima volta ci siamo messi da parte per dare una strada a chi di loro poteva fornire delle idee. Questa è stata la carta vincente di questa esperienza che continuo a vivere poiché si è tutti insieme un collettivo perché si lavora insieme e perché si condivide una responsabilità e questo semplice passo indietro che noi abbiamo fatto rispetto a loro li ha fatti crescere, li a fatti responsabilizzare e gli ha fatto credere in quello che stavano facendo che non è una cosa imposta, non è stato un teatro confezionato-.
Sabino: -L’idea è partita da Palermo perché volevamo creare un progetto fuori dalla scuola e dall’accademismo. Abbiamo parlato del progetto a Loris che ci ha spinti a venire in “pellegrinaggio” verso Lari e lì è iniziata la collaborazione.
Abbiamo iniziato piano piano a indirizzarci e a fargli capire quali fossero le nostre idee e i nostri intenti, perché loro no lo sapevano. Abbiamo iniziato a instaurare una sorta di dialogo attraverso cui abbiamo posto sullo stesso livello sia i nostri obiettivi che i loro, conciliarli tutti per metterci a pari livello e proseguire nella stessa direzione. I ragazzi non sono solo un collettivo, ma sono già un collettivo sciolto, perché non sono più solo a Lari o solo a Palermo. Li abbiamo indirizzati all’interno del mondo dell’arte è bellissimo perché ti senti di aver fatto parte di un momento per loro importante, delicato e fragilissimo. Abbiamo creato un gruppo che quando ce ne andremo vivrà anche senza di noi; questa infatti è la cosa più importante, pure senza Aiace, vivrà-.

Volevo chiedervi perché la scelta della tragedia Aiace? Come si è sviluppato questo lavoro di riscrittura del classico sofocleo?
Manuela: -Aiace è un anti-eroe e credo l’unico che si suicidi. La tematica del sottrarsi alla società a me e Sabino ha sempre solleticato, combacia con il nostro modello di vita: nonostante la nostra presenza all’interno del teatro ci siamo sempre tenuti molto da parte, in più, sentiamo che la generazione che ci sussegue lo sente molto più forte-.
L’escludersi del protagonista dalla storia è fondamentale per il nostro concetto di drammaturgia scenica, perché abbiamo sempre pensato che il protagonista non esistesse, esiste il gruppo, il sistema sociale che elegge il protagonista, quindi senza il gruppo, senza quello che è sempre stato definito il coro a parte il protagonista non nasce. Quest’ultimo alla fine è frutto delle relazioni sociali. In più -Aiace è l’anti-eroe greco che si sottrae e che dice di no, alla Calvino, dice di non voler avere o fare qualcosa e rimane fedele alle sue scelte.
La curiosità era proprio quella di capire questa ribellione verso e dove potesse portare. Noi lo abbiamo tenuto in embrione questa idea e loro la hanno partorita.
Il nostro è un laboratorio di drammaturgia scenica: una costruzione di un percorso all’interno di un quadrato che è il piatto scenico, perché devi raccontare una storia costruendo delle azioni che ti permettono sia costruirla che muoverla. La parola è un pretesto, lo spettacolo è fatto da azioni, queste vengono costruite insieme a loro, rispetto alle osservazioni sia di chi sta fuori di chi sta dentro, per capire quali sono le esigenze. Poi dal laboratorio si arriva alla messinscena, perché solo lì si capisce sia dal nostro punto di vista che dal loro, a che cosa è servito il laboratorio, per questo al festival Collinarea abbiamo voluto fare una prova aperta perché il momento del confronto è un momento molto importante, non i deve rifiutare, è quel momento in cui si fa di tutto per far si che tutte le sinergie arrivino a raccontare-.
Sabino:Aiace inoltre era un laboratorio che aveva una potente particolarità, era multidisciplinare, si poteva andare dalla tecnologia all’artigianato, si mischiavano molte cose e il risultato più o meno scenico era questo, cioè che la sintesi di queste varie discipline che abbiamo toccato, si sono sommate all’interno dello spettacolo. Quando lavori con un gruppo fai drammaturgia già nel laboratorio, quest’ultimo è già esso stesso drammaturgia, perché stai scrivendo la nostra relazione e la sintesi di questa relazione diventerà uno spettacolo o altro, con consapevolezza. Quindi, per noi è risultato importantissimo creare un rapporto con persone che non conoscevamo e distanti da noi, un atto di accettazione della diversità, perché siamo diversi-.

Perché la rete come tematica è stata quella che vi ha portato ad attualizzare l’opera e come questa tematica entra nel progetto più ampio chiamato “Connessioni”? Da una parte si esalta il concetto di rete e di connessione però nell’Aiace si fa vedere anche una parte della rete che invece crea tanto dolore e anzi, allontana, disgrega invece che connettere.
Manuela: -All’inizio, da vecchietti, abbiamo pensato appunto a questo abuso che c’è del web e del telefonino, abbiamo lavorato su questo con loro, ma ci siamo posti dalla parte dei genitori che indagano non sapendo niente di tutti i sistemi che esistono. La rete non è un danno ma è un’opportunità. Allora sempre per contrasto, perché noi andiamo sempre per contrasto, abbiamo deciso di far uscire quello che è il male della tecnologia-.
Sabino: -Scavando nella drammaturgia dello spettacolo si scoprono le “connessioni”, cioè l’utilizzo malsano della tecnologia: succede un fatto gravissimo e la vittima (Aiace) ha la possibilità di dirlo a tutti. Un atto estremo che non va considerato come una sconfitta, ma come l’urlo di dolore che scavalca il male e dice a tutti “guarda che cosa può succedere”. Una consapevolezza del personaggio Aiace che volontariamente usa lo stesso mezzo per mandare a tutti un messaggio potente.
Inoltre Loris un giorno mi chiese cosa ne pensassi della funzionalità della tecnologia nel mio ambiente di lavoro, gli risposi che è esattamente come lavorare con un attore, la tecnologia in fondo ha una vita propria. Quest’ultima ad oggi rappresenta gran parte della nostra realtà bisogna capire che esigenza ha e quale funzionalità darle quando la portiamo in teatro.

Che progetti ci sono in porto con ‘Aiace’ dopo il festival Collinarea?
Sabino: -Allora, Aiace dovrebbe rientrare a Palermo per un progetto grande che abbiamo laggiù io e Manuela, che sarà ministeriale, perché appunto il ministero ha accettato la nostra domanda di finanziamento, è un festival particolare, perché è promosso dall’università, cioè da un mondo che cresce già, ci sembrava infatti un’ambiente favorevole per parlare agli universitari. Noi abbiamo altri progetti dove partecipano studenti del Dams di Palermo e, abbiamo scoperto due anni fa, coinvolgendoli intorno al gruppo, sulla regia, la drammaturgia, il movimento, il laboratorio etc.., abbiamo scoperto che il settanta peer cento, non era mai stato in teatro, allora facendoglielo fare, anche da osservatori, loro sono arrivati al teatro, erano quindici, quindici ci siamo detti che, se i ragazzi, gli studenti, non vengono a teatro, andiamo noi da loro, glielo portiamo e questo è il grande progetto artistico che stiamo vivendo noi, no ha niente a che fare con il prodotto finito, ha a che fare con la ricetta della funzionalità dell’arte e non deve avere per forza una funzione o un obiettivo, ma ci può provare.
Loro in più, in questi due tre anni ce sono, hanno sviluppato tantissimo, l’idea che il teatro non è una cosa e basta, cioè che tutto può diventare teatro, questo lo vedo nel loro agire, nel loro stare tra noi e lo vedo nel lavoro di Frammenti, con molta chiarezza. Hanno capito che il teatro non è una cosa ma è tante cose e quindi hanno iniziato nel loro piccolo un processo di ricerca; abbiamo dato loro l’idea che l’arte ha una cosa fondamentale, non va perduta, malgrado non venga finanziata, compresa e commercializzata, che è la ricerca. Il concetto di ricerca è totalmente sparito dall’idea di teatro istituzionale e dal ministero, è sparita. Cresceremo nuove generazioni pensando che la ricerca sia la strada, andremo anche nei posti più piccoli se necessario, andremo a lavorare con i ragazzini di quattro anni, rilanceremo sempre e continuamente sul tempo, perché è con questo che si fa resistenza ai principi che fanno l’arte-.